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Sistemi anti-caduta in copertura, forse non tutti sanno che…

I sistemi anti-caduta sulle coperture dei fabbricati sono sempre più diffusi e ogni regione si è dotata di una specifica normativa (molto recente la normativa Piemontese) che ne impone l’installazione in caso di esecuzione di determinati interventi edilizi.

 

Dal punto di vista della sicurezza, un sistema anti-caduta (se) correttamente progettato, installato, certificato e utilizzato, è senz’altro un ottimo sistema di protezione per moltissimi tipi di interventi in copertura. Quindi, una volta installato il sistema è tutto fatto? Tutto risolto? No! Tutt’altro! Perché il sistema possa dare la piena efficacia è necessario un approccio tecnico molto ampio, che deve tener conto di fattori essenziali per quanto riguarda il progetto, la manutenzione, i requisiti e le modalità per l’utilizzo corretto. Qui e poi con altri interventi successivi, esamineremo in dettaglio gli aspetti tecnici e normativi riguardanti:

1) La valutazione del rischio e il percorso di accesso alla copertura;

2) I requisiti minimi degli utilizzatori e il corretto affidamento dei lavori;

3) Tipologie di lavori eseguibili con l’ausilio del sistema anti-caduta e problemi connessi;

4) Manutenzione e verifiche periodiche del sistema.
La valutazione del rischio e il percorso di accesso alla copertura;
La realizzazione di un sistema anti-caduta è il risultato finale dell’efficacia congiunta di molte norme a cominciare dagli obblighi e responsabilità imposti dal D.Lgs 81/08-106/09. Infatti, il Testo Unico della Sicurezza impone al Committente la responsabilità di un ruolo attivo nell’assumere tutte le “Misure generali di Tutela” necessarie per fare in modo che l’esecuzione del lavoro commissionato avvenga in sicurezza. Il Committente deve dare concretezza alle misure generali di tutela sia nella fase delle scelte tecniche e organizzative, sia nella fase di affidamento e contrattualizzazione dei lavori. Inoltre il Committente deve agire per far sì che l’impresa affidataria o esecutrice o il lavoratore autonomo che si dovranno recare in copertura siano idonei dal punto di vista tecnico professionale (esamineremo questo aspetto più avanti) e abbiano ricevuto ogni informazione sullo stato dei luoghi, dei percorsi e degli apprestamenti in dotazione al fabbricato e possano usufruire di spazi sicuri. Ecco perché dobbiamo parlare di “sistema anti-caduta”: perché dobbiamo ragionare, come ci impone la Norma, in termini di valutazione complessiva del rischio e di progetto della sicurezza. Per questo, dobbiamo eliminare un luogo comune molto diffuso tra chi non è tecnico (e qualche volta anche tra i tecnici): non si deve parlare di “linea vita” ma di un sistema di sicurezza complessivo che tiene in considerazione tutti gli spazi e le azioni che si dovranno utilizzare o compiere di caso in caso, dall’accesso al fabbricato fino al bordo della copertura. La linea vita è solo un componente del sistema. Infatti, il campo di studio e applicazione di una linea vita e dei dispositivi di ancoraggio è ben delimitato nell’area compresa tra il punto di uscita/approdo sulla copertura fino ai bordi della stessa. Questo vuole dire che il progetto (e tutta la sua filiera di esecuzione) potrà garantire (entro il rispetto di precisi parametri e condizioni di utilizzo), la riduzione del rischio per tutta e sola la superficie (estradosso) della copertura. In molti casi (quasi tutti) vengono forniti degli elaborati tecnici che descrivono tutto ciò che troveremo in copertura (linea vita, punti di ancoraggio, punti antipendolo ecc.), come procedere e dove agganciarsi dal punto di uscita/approdo per raggiungere la linea vita, ma poi con estrema brevità, riportano per esempio: “accesso al punto di uscita mediante scala a mano in dotazione al fabbricato”. La dicitura descrittiva non è sbagliata in sé, ma per quanto detto prima, non esaurisce il tema della sicurezza.

Tutte le normative specifiche infatti parlano esplicitamente di “percorso di accesso alla copertura” che per esempio, viene descritto dalla norma piemontese (ma può valere per tutti) in questo modo: “il tragitto che un operatore deve compiere internamente ed esternamente al manufatto per raggiungere il punto di accesso alla copertura”. E’ evidente quindi che lo spazio sotto la copertura deve essere analizzato in modo accurato. Molto frequenti sono i casi dove fabbricati, pur dotati di ottimi sistemi in copertura, presentano tragitti interni al fabbricati accidentati, privi di illuminazione artificiale, bui, non protetti, in sostanza, pericolosi. Ancora, moltissime volte il passo d’uomo è posto in prossimità della botola di accesso con la scala retrattile che congiunge l’ultimo pianerottolo in modo tale che i tre vuoti (passo d’uomo, botola di accesso al sottotetto, vano scala) si trovano quasi in proiezione verticale generando un grande e gravissimo rischio di caduta dall’alto mentre si cerca di raggiungere il sistema in copertura. Le casistiche deteriori di tragitti pericolosi sono le più svariate: in certi casi si percorrono estradossi di volte o solai di cui non si conosce minimamente la portata e la solidità (si pensi alle volte in mattone di piatto delle case di inizio ‘900 o alle solette in laterocemento dei primi anni ’50). Senza avere la pretesa di essere esaustivi, proviamo a definire nella tabella seguente, alcuni punti d’attenzione su cui lavorare per il progetto della sicurezza.

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Come si vede si tratta solo di alcune indicazioni di larga massima e naturalmente non si potrà mai esaurire in tabella tutti i casi da progettare, ma quello che si vuole evidenziare è come, per ottemperare alla Norma e ancor di più per conseguire l’obiettivo della sicurezza, il percorso d’accesso deve essere parte integrante del progetto del sistema anticaduta.

Geom. Luca Perricone
Componente del Centro Studi  A.G.I.A.I.

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